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Irlanda, #giorno2 : Tra roccia e mare

Ore 12.30 circa – da qualche parte attorno a 
Ballyvaghan (Burren) - Lally Tours

Consapevolezza del mattino: la Irish breakfast è l’anello di congiunzione tra il delizioso e l’immangiabile.

Delizioso, quando ci si sveglia e si sente l’odorino di bacon. Immangiabile, quando superata la fame iniziale si realizza cosa si sta mangiando: pancetta, salsicce di lardo (?) abbrustolite, uova, pane tostato e imburrato e “caffè”. Comunque siamo sopravvissuti e domani ci ritentiamo.

[nda: per una questione di etica alimentare, non abbiamo fatto foto]

Abbiamo appena visto la Aillwee Cave, un sito di caverne nella regione del Burren.

Non abbiamo avuto la possibilità di noleggiare un’automobile e quindi ci siamo affidati ai tour organizzati per visitare le regioni interne: “come i pensionati”, abbiamo pensato, poi ci siamo accorti che la maggior parte dei partecipanti aveva circa la nostra età, quindi ci siamo messi il cuore in pace.

Con le dovute eccezioni, tipo il nonnetto irlandese ultracentenario con la faccia da elfo, l’abito elegante, la vocetta buffa ma una grande gentilezza che non ha perso un colpo neanche a scendere nelle caverne.

Oggi tocca alla regione del Burren; più tardi arriveremo alle Cliffs of Moher: la cartolina dell’Irlanda dell’Ovest, il sogno di ciascuno per la foto profilo di Facebook (anche il mio) . Intanto abbiamo visitato le caverne. Mi ha sempre affascinato scendere nelle viscere della terra, ha un che di preistorico e atavico.

caves fate

Mondi sotterranei: fate nascoste? Un ingresso nel regno di Moria?

La Aillwee Cave ha qualcosa tipo un milione e mezzo di anni: ne abbiamo percorso solo un pezzetto e superato due cascate sotterranee, formazioni calcaree, anfratti gocciolanti che si perdevano nell’oscurità delle rocce appena oltre la torcia della nostra guida, Anne.

La caverna è stata scoperta solo nel 1940 da un contadino locale, tale John McGann, mentre era fuori con il bestiame e il cane. Il cane, cacciando un coniglio, è entrato nella grotta e il padrone l’ha seguito: quando si è accorto di aver trovato l’apertura di una lunga caverna è corso a casa, si è armato di candele e fiammiferi ed è tornato ad esplorarla. La cosa al momento non ha fatto grande scalpore, ma nel 1972 McGann parlò della sua scoperta ad alcuni studiosi che si trovavano nel Burren per l’annuale periodo di ricerca in quella particolarissima regione: da quel momento è iniziata la fortuna della Aillwee Cave, il cui nome significa “Grotta di roccia gialla” per via della colorazione calcarea che assume al suo interno (dal gaelico: aill, roccia e wee, parola che indica il colore giallo).

Il pullman riparte, ci avviamo alle scogliere di Moher, al paesino di Doolin, ai paesaggi brulli del Burren che si gettano sbriciolati nell’oceano. Mi tocca rimandare le altre impressioni della mattinata a stasera.

Ore 22.40 (circa) - Bed and Breakfast Trieste, 
Salthill, Galway. 

Che giornata! Sento sulla pelle profumi, vento e suggestioni e se scrivessi tutto momento per momento probabilmente non avrei tempo per viverli come meriterebbero. Eppure ora che sono qui al calduccio nella nostra stanza, seduta sulla moquette mentre fuori scorre la vita placida di Salthill e Martin sonnecchia, trovo difficile ricollegare tutto e sbrogliare questo groviglio di cose da dire, di colori da descrivere, di sensazioni da definire.

Prima di arrivare alla Aillwee Cave abbiamo superato suggestivi villaggi e località dai nomi altrettanto suggestivi: Dunguire Castle, Kinvarra (il cui nome significa in gaelico The head of the sea, “la testa del mare”, dove ogni anno si tiene un importante festival di barche da pesca), e Ballyvaughan. Soprattutto Ballyvaghan!

Uno degli innumerevoli paesini sperduti nel paesaggio lunare del Burren: quasi 500 chilometri quadrati di limestone, pietra calcarea che ha dato vita ad una immensa tavola ondulata di rocce spaccate alternate a pochi, stentati prati e tagliati da muretti a secco … Una terra di cui nel 1651 il generale Edmund Ludlow aveva scritto a Cromwell, descrivendola come una regione

“senza un albero per impiccare un prigioniero, né acqua per poterlo annegare, né terra per seppellirlo”.

DSCF4813

Eppure uomini c’erano, e cottage sparsi, e mucche, e pecore (le abbiamo ribattezzate “pecore-cane”, perché sono molto più piccole, compatte e graziose delle nostre), e ciò che mi stupisce di questa terra di contrasti è la caparbia tenacia con cui i suoi abitanti contendono alla roccia e al mare e al cielo brandelli della propria terra. Li ammiro.

E ammiro l’Irlanda: è verde e bella, ma è anche scontrosa e selvatica e basta che indossi un cipiglio di nubi scure per sottrarsi ai click estatici dei turisti a caccia di nuovi sfondi per gli smartphone.

Che brutta categoria, i turisti compulsivi.

Tutti presi ad armeggiare tra cellulari, macchine fotografiche e souvenir, non si prendono il tempo per far entrare dentro di sé lo spirito dei luoghi che vedono e delle persone che incontrano. Hanno un che di frettoloso e nervoso, una sorta di bulimia che li porta a strafogarsi di “cose” da portare a casa invece che a riempirsi di sensazioni, a sentire il vento sulla pelle o semplicemente osservare l’infinito.

E forse è per questo che le Cliffs of Moher mi sono piaciute, ma non tanto quanto avevo immaginato.

C’era troppa gente, troppa gente in un posto dove dovrebbero regnare solo il silenzio e l’oceano.

DSCF4752

Contemplazione.

Dopo le Cliffs of Moher è stata la volta di Doolin e del pranzo al Fitzgerald’s, un simpatico pub con una altrettanto simpatica soup of the day e, soprattutto, un’inimitabile seafood chowder, cioè una specie di zuppa cremosa di frutti di mare, pezzetti di pesce e panna (credo) accompagnata da fette di pane nero imburrato. Per la serie: il fegato ringrazia. Ma le papille gustative pure.

Nel ritorno abbiamo preso la strada Burren-via-oceano: ci siamo fermati alle scogliere di Ballyreen – eccole, delle scogliere realmente selvagge e senza turisti! – e abbiamo attraversato paesini come Kilfenora, Fanore e Lindoosvarna

Quest’ultimo famoso perché ogni anno a settembre vi si svolge il Match Making Festival, il Festival delle Coppie, una tradizione che risale all’epoca in cui i mercanti delle fiere facevano anche da “combinatori di matrimoni” per quegli agricoltori scapoli che non avevano il tempo di cercare una sposa. “Se avete bisogno di un compagno o una compagna – chi ha detto l’autista – mandate il vostro cv!”.

Che altro dire? Qui l’animo si espande e non puoi far nulla per impedirglielo.

 

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