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“Quando Dio ballava il tango” (Laura Pariani)

 

E’ un romanzo, una memoria collettiva, uno stralcio di storia, è un viaggio nel tempo, nei luoghi e nel cuore di un altro viaggio, più doloroso: l’emigrazione italiana in Argentina.

Ed è per questo che ne voglio parlare qui.

 

pariani 2

Perché forse oggi noi, giovani occidentali, siamo sì disperati e guardiamo all’estero per cercare lavoro e prospettive, ma siamo cresciuti nella società globale, dove il posto più lontano è a 24 ore di aereo da casa nostra. Un giorno, o forse poco più: cosa volete che sia.

Ma prima? Cos’era l’emigrazione, prima? Possiamo oggi concepire veramente, nel nostro cuore, l’idea di sradicamento totale e definitivo di quelle persone che, partendo, sapevano che non sarebbero mai più tornate? Che per avere notizie da casa sarebbero passati chissà quanti mesi? Che stavano andando alla deriva in un paese che poteva anche essere la luna, tanto gli era estraneo?

Sono sincera: io fatico a concepire tutto questo.

Certo, i telegiornali ci parlano tutti i giorni di chi fugge dal suo paese per non tornare. Ma non è la stessa cosa: oggi ci sono televisioni, internet e telefoni. Il mondo è per tutti più piccolo.

Ma quanto coraggio (o disperazione?) c’era nei nostri nonni, i cui confini arrivavano appena al paese vicino o al campo poco più in là, nel prendere tutto e andare via, verso un altrove di cui non avevano la benché minima idea?

Ecco, leggendo il romando di Laura Pariani non ho trovato risposte a queste domande.

Ho trovato invece un ipnotico e brutale affresco dell’emigrazione italiana in Argentina dal punto di vista delle donne: donne costrette a seguire i mariti in un’altra terra, donne abbandonate in Italia dal marito che in Argentina aveva una nuova famiglia, figlie di violenze o di inganni, giovani indie illuse dall’affascinante straniero che poi è tornato a Buenos Aires per sposare la connazionale appena giunta dall’Italia….

MOLFETTA - Emigranti_foto

Sono donne vive quelle che ritrae la Pariani, vive e vibranti nonostante l’asprezza di una società che le vuole sempre relegate al ruolo di subordinate: mogli, figlie, sorelle, amanti, vittime. Sono donne e uomini in sospeso tra vecchia e nuova identità, persone col cognome italiano ma con solo vaghi ricordi della terra d’origine, oppure ancora con il pensiero sui monti piemontesi e l’incapacità di adattarsi al nuovo paese, perché con ancora dentro “il midollo di un altro modo di vivere”. 

Ma questo romanzo è anche un affresco argentino, perché nelle voci di Venturina, Corazon, Amabilina, Teresa e tante altre scorre anche la storia del paese sudamericano: i massacri degli indios, gli sfruttamenti in Patagonia, l’infiltrazione mafiosa,il peronismo, la dittatura di Videla, i desaparcecidos… Non raccontato con gli occhi della storia, ma con quelli di persone normali che nella storia ci si sono trovate invischiate loro malgrado. La Pariani usa una scrittura imbastardita tra italiano e parlata argentina, una narrazione orale in cui si intrecciano influenze dialettali, cadenze spagnole, inflessioni indie… Sembra di essere lì, davanti al fuoco, a raccogliere le aspre storie di queste donne.

Non è un’emigrazione idillica, affatto, quella raccontata da Laura Pariani. Lontana mille miglia dall’idea romantica dell’avventura e della “nuova vita”, è invece un processo duro, difficili, straniante. Uno sradicamento violento che si ripercuote poi anche sulle generazioni successive, sull’identità di chi non sa più in cosa identificarsi: Italia o Argentina?

E la domanda infine è solo questa: cosa abbiamo dentro noi, nipoti e pronipoti di migranti, di questo sradicamento? In ciascuna famiglia c’è qualcuno che se n’è andato: i miei parenti sono finiti in Argentina, in Africa, in Messico. Qualcuno è tornato, qualcuno no.

E noi, figli della generazione per cui il viaggio è vacanza e il mondo è paese, possiamo davvero paragonare l’emigrazione di oggi a quella di ieri? 

emigrazione

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