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Fiere dell’editoria, sì o no?

È passata una settimana dalla mia partecipazione a “Più Libri Più Liberi”, la Fiera della Piccola e Media Editoria svoltasi a Roma dal 4 all’8 dicembre, ed è giunto il tempo di raccogliere spunti, pensieri e idee e fare un bilancio dell’esperienza.

Esperienza ricca e arricchente, soprattutto per chi – come la sottoscritta – vive di carta stampata come di aria ed istituirebbe la professione ufficiale del “lettore” accanto a quelle riconosciute all’unanimità dello scrittore, dell’editor, dell’agente letterario e dell’editore. 

Non era la mia prima esperienza ad una fiera dell’editoria, ovviamente: c’erano stati il Salone del Libro di Torino, ma anche – più recentemente – la Bologna Children’s Book Fair e il Salone del Libro e dell’Editoria di Montreuil, a Parigi. E se il primo era stato vissuto esclusivamente da utente e le altre due da aspiranti scrittrice e illustratore leggermente allo sbaraglio, Più Libri Più Liberi è stata invece l’occasione per vivere la fiera in tutti i modi possibili e immaginabili:

  • come momento di incontro con l’editore che pubblicherà il mio romanzo;
  • come analisi del mercato in vista di una piccola agenzia letteraria che nascerà a breve;
  • come occasione per raccogliere spunti, idee e contatti;
  • come piacevole oasi di lettura e immersione in quei volumi che (per la maggior parte) è difficile trovare o notare sugli scaffali delle librerie.

Insomma, una fiera da vivere tout court. E ci è voluta una settimana per razionalizzare la marea montante di impressioni e riflessioni che i due giorni lì trascorsi mi hanno suscitato. Ne sono uscita chiedendomi se, sotto sotto, le fiere mi convincano davvero oppure no

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PRO 

♥  Più Libri Più Liberi è davvero una bella fiera: stand ordinati, non così immensi da perdervicisi ma nemmeno così piccoli da impedire il movimento, espositori gentili e un’ampissima varietà di generi, stili e argomenti. Si passava dalle tematiche di illegalità – rese tanto più attuali dal recente scandalo di Mafia Capitale – a quelle sportive, dal libro per ragazzi al graphic novel… In altre parole, un’ottima occasione per nuotare nel meglio della carta stampata, e per farlo “a misura d’uomo”.

♥  Alla fiera di Roma ciò che mi ha colpito maggiormente è stata la quantità di gente presente.

Mi correggo: la quantità di gente presente ad una manifestazione incentrata sull’editoria, cioè su quel settore culturale che è ritenuto praticamente semi-agonizzante e in crisi nera. 

I dati ufficiali di chiusura della manifestazione parlano infatti di oltre 56mila presenze nel corso dei cinque giorni di fiera e di  numerosi eventi sold out. I numeri interni invece mostrano oltre 350 espositori, più di 900 ospiti, 330 eventi di cui 84 incontri nello Spazio ragazzi. E questo, a mio avviso, è un dato non positivo, ma veramente OTTIMO: la crisi nell’editoria non la nega nessuno, ma l’ambiente vissuto in quei giorni di fiera era vivo, dinamico, interessato, curioso.

Mi chiedo se la crisi del settore non sia dovuta più a meccanismi di marketing aziendale di dubbio valore – ad esempio prepotenza con cui sugli scaffali delle grandi librerie vengono propinate cavolate stratosferiche, pretendendo che se poi non vengono comprate la colpa sia degli “italiani che leggono poco” –  che ad un reale disinteresse per la lettura.

E’ una domanda aperta. 

♥   Racchiudere in un unico spazio tutto quel ben di dio letterario ha creato un ambiente pulsante eppure educato; caotico, eppure non rumoroso; vissuto, ma vissuto bene; provocatorio, ma non violento. Nella Fiera ho visto in azione il lato migliore della società italiana: quella che legge, che si interroga, che spende soldi per la cultura. Quella che si mette in coda e non spintona, che chiede per favore e che non alza la voce per pretese che non le spetterebbero. L’Italia che ho visto in fiera mi è proprio piaciuta, e questa è la conferma della mia teoria personale: i libri rendono migliori le persone.

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CONTRO

♦  Un dato che ho notato con disappunto – e forse non sono l’unica – è stata la coabitazione in fiera di piccoli editori onesti e di servizi di self-publishing.

Da un lato quindi l’editoria che investe sulla qualità, dall’altra quella che si arricchisce sulla mediocrità, forse in nome di una sorta di democrazia paritaria secondo cui “se paghi lo stand, allora vieni pure”.

Personalmente non ho grande stima del self-publishing, e vedere gli stand di chi offre questi servizi in mezzo a quelli di chi invece scommette sullo “scrivere bene” mi ha un po’ irritata.

♦  Fattore claustrofobia: il Centro Congressi dell’Eur, dove si è svolta la fiera, è un bello spazio, ma c’erano aree di esposizione tanto strette da risultare pressoché impraticabili quando montava la calca del primo pomeriggio. Il che a mio parere ha penalizzato anche gli stessi espositori, dato che era praticamente impossibile fermarsi a sfogliare qualche libro in santa pace.

♦   Più Libri Più Liberi ha confermato ciò che avevo già percepito nelle altre fiere di settore: eventi di questo tipo sono ottimi per guardare e collezionare idee da razionalizzare in seguito, ma quasi inutili per  raccogliere contatti diretti in vista di una collaborazione lavorativa futura. O meglio, si può fare, ma è praticamente impossibile farlo per tutti e questo è un peccato, data la quantità di addetti del settore racchiusi in un unico spazio.

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