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Già si è detto tanto, forse troppo e spesso a sproposito, riguardo alla strage di Charlie Hebdo, a Parigi, dove hanno perso la vita 12 persone. Ripropongo qui allora una riflessione che ho pubblicato sul webmagazine Sant’Alessandro, e che è la domanda che mi ronza in testa da quando ho saputo questa orrenda notizia.

#Jesuischarlie: questo non è uno scontro di civiltà, ma tra civiltà e barbarie

7 gennaio 2015. Quella di ieri è una giornata che resterà macchiata di inchiostro rosso sangue nelle cronache europee contemporanee. Non solo atto di vile terrorismo, non solo strage di persone innocenti, ma anche gravissimo attacco contro il pilastro fondante della democrazia e della tradizione culturale e storica dell’Europa stessa: il diritto cioè alla libertà di stampa, di opinione e sì, anche di satira. Anche quando quella satira è dissacrante, volgare, anche quando non fa ridere tutti. Il massacro alla redazione del giornale satirico francese Charlie Hebdo per mano del terrorismo islamista segnerà un cambio di passo tra ciò che siamo e ciò che potremo o vorremo essere.

Mi chiedo quale storia stiamo vedendo, in questi ultimi anni, e cosa ne racconteremo in futuro. Come e se ne usciremo. Sorge ora una domanda: all’attacco di quei macellai risponderà l’Europa migliore o quella peggiore? Riusciremo a capire che chi ha attaccato Charlie Hebdo ha dichiarato guerra a tutti noi, a quanto di valoroso abbiamo, e ha teso la mano a chi parla solo di violenza e divisione, quale che sia la bandiera religiosa o politica di cui si ammanta? Riusciremo a cogliere l’occasione per unirci compatti contro la barbarie, oppure ci spezzeremo ancora, e ancora, e ancora, lasciando libero spazio all’arbitrarietà, ai soprusi, all’odio?

Io, da cittadina, grido NO. Not in my name, non in mio nome. No a chi con un Kalashnikov in mano vuole spingerci a pensare che una religione possa fare paura, no a chi vuole che diciamo ”tutti i musulmani sono così” per attuare poi altre segregazioni o altre divisioni, no a chi ora vorrebbe farci credere che i valori su cui è costruito il nostro paese – rispetto, accoglienza, pluralismo, libertà – siano da scarificare sull’altare di una presunta sicurezza “contro qualcuno”. No a chi vuole sfruttare la morte di dodici persone per appiopparci nuovamente valori vecchi e desueti. No a chi vuole rispondere ad un attacco alla libertà riducendo le libertà.

L’Europa unita era nata proprio per evitare un’altra lacerazione profonda e un altro orrore come quello della Seconda Guerra Mondiale. Si era scelta la strada dell’unità contro le frammentazioni e le rivendicazioni di razza, religione, colore e nazionalità. Oggi ci sono due Europe tra cui poter scegliere: quella che sembrava soltanto aspettare qualcosa del genere per rivendicare le sue posizioni estreme, e quella che invece è scesa in piazza ieri sera, matite alzate al cielo e cartelli #jesuischarlie alla mano, per ribadire che questo non è uno “scontro di civiltà” ma uno scontro tra civiltà e barbarie, e che di questa civiltà fanno parte senza se e senza ma tutti coloro che condividono un sogno di libertà.

Se all’attacco a Charlie Hebdo risponderà il grande sogno di democrazia nato settant’anni fa dalle ceneri di un continente devastato, allora sapremo che non ci hanno spezzato e che quel sogno era ben più grande, ben più forte delle povertà di chi al confronto preferisce lo scontro, alle risate preferisce un kalashnikov.

 
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