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La strage alla redazione di Charlie Hebdo è stata una scossa, sotto molti punti di vista. Una scossa all’Europa e ai suoi valori fondanti; una scossa all’opinione pubblica, alle politiche di integrazione così come sono state concepite fino ad oggi, ma anche e soprattutto una scossa che ha crepato l’intonaco di certezze che ci eravamo spalmati sulla faccia presunta democratica negli ultimi anni, mandandolo in frantumi e mettendo in evidenza ipocrisie e contraddizioni che, in periodi più tranquilli, potevano essere celate con un accurato lifting.

Ma ora non più. Charlie Hebdo ci ha mostrati balbettanti, confusi. Libertà di espressione? Cos’è? Tutti l’hanno brandita come una spada nei giorni immediatamente successivi agli attentati di Parigi, con una sicumera capace di cancellare persino il tremore di chi, brandendola, non aveva manco idea di cosa fosse. Charlie Hebdo ha messo in luce l’arroganza di chi si riempie la bocca di concetti senza sapere neanche da che parte prenderli, come usarli.

#jesuischarlie, tutti quanti. Dal primo all’ultimo. È così trendy, no? In Italia sono diventati Charlie politici, giornali, schieramenti, singoli cittadini, gruppi religiosi e laici, matite e cartello nero alla mano.

Sì, proprio in Italia, dove qualche anno fa un cosiddetto “editto bulgaro” aveva silurato dalla televisione nazionale comici e giornalisti scomodi al potere. Ma allora nessuno diceva #iosonoenzobiagi, #iosonosantoro o #iosonoluttazzi. Forse dirlo senza hashtag non era poi così figo.

Sì, in Italia, dove va di moda – politicamente parlando – attaccare la legittimità dei giornali, augurarsi che chiudano, esultare quando una redazione chiude i battenti. Dove c’è chi addirittura si fa della lotta alla “stampa della kasta” un punto d’onore.

Sì, in Italia, dove le redazioni scrivono e twittano #jesuischarlie ma sottopagano (o non pagano affatto) i collaboratori precari, e dove non può esistere vera libertà di stampa se prendi meno di 10 € a pezzo, perché in fondo chi te lo fa fare? Che poi magari le stesse redazioni che twittano #jesuischarlie tutte tronfie – quanto siamo fighi noi che difendiamo la libertà di espressione! pubblicano raccolte di vignette a tema per devolvere soldi alla causa, ma si dimenticano (toh!) di chiedere il permesso di utilizzo delle immagini ai vignettisti italiani. Che in fondo sono vivi e vegeti e mica crivellati da un kalashnikov, quindi non è poi così trendy tutelare anche la loro, di libertà di espressione.

Sì, in Italia sono tutti Charlie. Anche i politici, avete notato? Di destra e di sinistra e di centro. Tutti.

Sono Charlie quelli di destra, che fino a ieri (o ancora oggi?) trovavano perfettamente legittimo che un capo del governo possedesse televisioni e giornali e potesse dirottare l’opinione pubblica, decidere cosa dire o cosa non dire, cosa scrivere o cosa tacere.

Sono Charlie quelli di sinistra, che predicano laicità e libertà di espressione per tutti, però poi se qualcuno protesta contro qualcuna delle loro battaglie allora no, è un bigotto, servo del vaticano e deve stare zitto.

Sono Charlie anche quelli che dicono “vedete, tutti i musulmani ci sgozzeranno!”. Anzi, forse lo sono per davvero, perché hanno capito che ciò che Charlie rappresentava è anche ciò che dà a loro la possibilità di dire e scrivere minchiate.

Sono tutti Charlie, e non ho ancora capito se fa più orrore la strage avvenuta o il ridicolo opportunismo di chi ora “tira Charlie per la giacchetta”, ammantandosi con le sue pagine pur di guadagnare consensi per la propria causa oppure semplicemente per pulirsi la coscienza in questi giorni e poi tornare, domani, a mettere vincoli, limitazioni, paletti in santa pace. Però con la pagina Twitter piena di salveremocharlie e siamotutticharlie, ché questo cambia tutto eh.

Forse la strage di Charlie Hebdo ha messo in luce soprattutto questo: il fatto che ormai i nostri valori fondanti altro non sono che mode, mode passeggere con cui adornarci intanto che passa l’emozione. Poi, un altro po’ di lifting, e via.

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