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Ore 17.45, Sassari, c/o la stanza che abbiamo prenotato tramite Airbnb

 Regola numero 1 di qualunque viaggio: mai esprimere giudizi sul luogo quando a parlare è la micidiale combinazione di stanchezza-da-aeroporti-vari + caldo infernale.

Il nostro primo pensiero su Sassari è stato “Siamo finiti a Fanculonia”. Il secondo “Meno male che ci stiamo solo un giorno”. Il terzo, dopo una doccia e un attimo di relax, è stato invece più conciliante: “Andiamo a scoprire questa città strana”.

La nostra avventura sarda è iniziata alle ore 14.05, quando l’aereo Ryanair direzione Alghero è decollato dall’aeroporto di Orio al Serio. Sarà una vacanza particolare: una notte a Sassari, poi una settimana sull’isola dell’Asinara per un campo di volontariato e formazione organizzato dall’associazione Libera, infine tre giorni ad Alghero. Già dall’aereo si intravedevano le coste color zaffiro della Sardegna, il suo mare blu di cui tutti mi hanno parlato e che questa settimana vedrò per la prima volta nella mia vita.

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Sassari sarà solo una piccola tappa, un assaggio: ci hanno assicurato che si tratta di una città piccola, più che visitabile in una giornata, quello che ci vuole per fare da “cuscinetto” tra l’affollata Milano e la deserta Asinara.

Il pullman che ci ha portati dall’aeroporto di Fertilia-Alghero a Sassari era ultra moderno, pulito, perfettamente in orario e c’era l’aria condizionata (funzionante). Un’oretta di viaggio – durante la quale fuori dal finestrino si sono rincorsi scorci di una Sardegna secca, sassosa, color marrone e verde polveroso – e voilà, eccoci a Sassari: il navigatore sul cellulare fa i capricci, ci manda a casaccio e niente, fatto sta che ci siamo persi con trolley e tutto quanto nel centro storico di una città DESERTA.

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Non è un eufemismo: vecchie case chiare, strade sconnesse, sole accecante, cielo azzurro, e NESSUNO in giro. Sembrava una scena da film western.  Si sentiva solo il ro-to-to-to del nostro trolley che arrancava sul lastricato.

«Ma oggi è domenica – ci ha fatto presente la padrona della stanza dove alloggiamo, una ragazza giovane e disponibile di nome Maria Teresa – Noi qui a Sassari siamo un po’ messicani. La domenica sono tutti al mare e c’è tutto chiuso». Chiamali scemi, con questo clima splendido.

La stanza è enorme e luminosa, ha una terrazza infinita che dà sui tetti delle case limitrofe, il centro storico è vicino: il tempo di cambiarci d’abito e farci una doccia, e usciamo in esplorazione di questa bianca città immobile.

  Ore 20.15, Piazza Tola (Sassari)

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Che strana città questa. Di primo acchito, da milanese forse un po’ snob, direi: trasandata, non particolarmente turistica. Ma poi le abitudini di pensiero si fanno da parte e si inizia a guardare con l’animo, anziché con la testa.

Ed ecco, Sassari non è affatto brutta. Magari non è neppure gloriosa come altre città, ma la luce color rame e l’azzurro del cielo la accarezzano e paiono colmarne le crepe, appianarne le asperità.

Non dà l’impressione di essere una cittadina che ambisce a piacere ai turisti: ha un che di franco e scontroso, questo sì. Franco, soprattutto: come se non ti nascondesse niente di sé e se ti piace bene, sennò pace.

I vicoli si annodano su se stessi tra panni stesi ad asciugare e imposte accostate e regalano all’improvviso scorci splendidi: la Cattedrale di San Nicola, la piazzetta del Municipio, case dipinte di colori sgargianti. La facciata del duomo è mirabile, con il suo rincorrersi di decorazioni ciascuna diversa dalle altre e il suo candore. C’è un sacco di bianco, in questo posto, bianco dalle mille sfumature: color avorio, color crema, color perla, grigiastro. Mi chiedo come sarebbe vedere Sassari gonfia di vita, come una città normale: eppure mi piacciono questo silenzio e questa immobilità.

Ore 23.00 circa, “casa”

Scrivo sulla terrazza al chiaro di luna. C’è una luna gialla, tonda come una biglia, e in questo momento la sonnecchiante Sassari mi appare come un’oasi di pace e relax. Cose che mi ricorderò di Sassari:

  • La cattedrale, con la sua splendida facciata (illuminata, di notte, è ancora più affascinante).
  • La mancanza di affettazione di camerieri, baristi, eccetera: la gente di qui, mi pare, è schietta e diretta. Mi piace.
  • Le case con le facciate vecchie, scrostate, rovinate. Però fascinose.
  • Le esplosioni di ibiscus fucsia o arancio in angoli dimenticati da Dio (e anche dagli uomini, pare).
  • Le miriadi di GATTI. Gatti ovunque.
  • Questo chiaro di luna. Vorrei metterlo in una boccetta e portarmelo a casa.
  • I panni stesi alle finestre ad asciugare, anche nel centro storico. Come se la città fosse abitata visceralmente fin nel suo cuore, nonostante tutto, a differenza dei centri storici tirati a lucido e che paiono musei…

Abbiamo impacchettato nuovamente le nostre cose e siamo pronti per addentrarci nel vero cuore pulsante di questa vacanza, l’Asinara: partiamo domani pomeriggio da Porto Torres.

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