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L’Asinara non è una meta usuale per le vacanze: preda di esplorazioni giornaliere, sono poche le persone che vi trascorrono diversi giorni. Noi abbiamo avuto questa immensa fortuna perché quest’anno abbiamo scelto una vacanza “diversa”. Detta così – ne sono consapevole – suona un po’ radical-chic (di quelli che non vogliono ammettere di aver fatto una normalissima vacanza sole-mare), ma diversa lo è stata davvero. In tutti i sensi, e non soltanto per la location.

Diversa sta per volontariato: avevamo infatti scelto un campo di volontariato e formazione di “E!state Liberi”,  organizzato da LIBERA. Associazioni, Nomi e Numeri Contro le Mafie proprio sull’isola dell’Asinara.

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“Tu in vacanza vai a lavorare?”, mi è stato chiesto da più parti. Sì, ho sempre risposto io, perché vacanza per me significa nuove esperienze e sensazioni inedite da portarmi dentro quando torno a casa. Significa regalarmi del tempo per scoprire, esplorare, approfondire storie e luoghi, volti e tematiche. Dopo l’esperienza selvatica dell’Irlanda, mi era tornata voglia di ritornare un po’ a conoscere il Mediterraneo, e di farlo da un’angolatura che non mi era abituale.

LIBERA organizza ogni estate decine di esperienze formative e di lavoro sui beni confiscati alle mafie in tutta Italia: è un modo per mettersi in gioco e toccare con mano sia l’impegno di centinaia di persone sui temi dell’antimafia e della partecipazione civile, sia la concreta realtà di quella “lotta alle mafie” con cui tutti si riempiono la bocca e pochi si sporcano davvero le mani. Ma è anche un modo per rimboccarsi le maniche e far combaciare la teoria con la pratica: nei campi si lavora, si aiutano le cooperative e le associazioni che hanno preso in gestione i beni confiscati e li riutilizzano con valenza sociale. Insomma, un’esperienza a tutto tondo.

E a tutto tondo è stata anche la nostra avventura all’Asinara. Il campo aveva come titolo “Asinara. Solitudini, memorie e narrazioni” ed era un campo atipico, dal momento che non si svolgeva su un bene confiscato alla criminalità organizzata ma in un luogo altrettanto simbolico: l’isola-carcere di massima sicurezza che aveva ospitato capi mafia, camorristi, terroristi, ma anche l’isola dove i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino trascorsero alcune settimane, nel 1982, per questioni di sicurezza.

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E’ un’isola di tante solitudini diverse, l’Asinara, solitudini che si sono composte in un silenzio carico di echi.

Eravamo in dodici volontari. Con noi, due responsabili di campo e due formatori, i giornalisti Pietro Suber e Attilio Bolzoni. Abbiamo alloggiato presso una ex foresteria a Cala d’Oliva: stanze bianche, e bianchi i muri delle case dismesse che attorniavano la struttura, bianche con porte e finestre azzurre. Niente lampioni, a Cala d’Oliva: soltanto la luce delle stelle, e magari asinelli che di notte si mettono a brucare l’erba secca sotto la tua finestra.

Il nostro lavoro di volontari era semplice: avremmo dovuto tenere aperto il bunker di Cala d’Oliva, dove LIBERA Sardegna aveva strutturato una mostra dedicata alle vittime innocenti delle mafie, alle attività dell’associazione e a Falcone e Borsellino. Divisi in due gruppi, ci alternavamo mattina e pomeriggio… Poi c’erano i momenti di formazione, durante i quali abbiamo approfondito non solo le figure dei due magistrati ma anche quella del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e del sindacalista Pio La Torre, figura purtroppo sconosciuta ai più… Nonostante sia merito suo (e della sua vita sacrificata) se oggi nel codice penale abbiamo il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso e la confisca dei beni per i mafiosi, con la legge 646/82 “Rognoni- La Torre”).

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Sette giorni di campo forse non sono sufficienti per digerire e metabolizzare gli spunti, le riflessioni e che informazioni che abbiamo raccolto in un’isola che è un’opera d’arte della natura. Ciascuno di noi dodici, in quei sette giorni di campo, ha avuto tempo e modo di scoprire angoli di sé che il caos della vita quotidiana pareva aver cancellato.

Sono sprazzi, episodi singoli che tornano in mente. Come i visitatori che, passando dal bunker per andare in spiaggia a Punta Sabina, volevano sapere “Dov’è la cella di Totò Riina?” e uscivano con le lacrime agli occhi, ricordando Falcone e Borsellino. Come le serate trascorse a discutere e dibattere sotto le stelle, il ragliare degli asinelli in lontananza. Come il contrasto tra il bunker – chiuso, stretto, asfissiante – e l’ampiezza del cielo e del mare appena oltre i ballatoi. Come le persone che ci ascoltavano e ringraziavano per ‘impegno. Come i vetri di bottiglia sul muro del carcere, per scoraggiare le evasioni.

Come il desiderio di narrare che soltanto un posto silenzioso, pregno di Storia e di storie, può regalare: quel bisogno di tacere, ascoltare e poi riportare, come un cantastorie, ciò che si è vissuto. Ciò per cui altri uomini e donne hanno vissuto e, in troppi casi, sono stati uccisi.

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