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“L’Isola non era in alto mare ma era come se lo fosse. Dalla terraferma, che poi non lo era neanche bensì una delle isole maggiori, la separava solo lo Stretto, che sembrava facile da attraversare a nuoto. I venti spazzavano via ogni vapore, fumo e impurità dell’aria […]. E così l’Isola appariva vicinissima, quasi da toccare – ma era un’illusione. Ciò che donava questa nettezza al suo profilo era il respiro forte del Mediterraneo che da lì rimaneva spalancato e vuoto fino a Gibilterra. […] L’Isola non era in alto mare, ma era come se lo fosse”. (Francesca Melandri, ‘Più in alto del mare’)

L’Isola-carcere. L’Isola-riserva-naturale. L’Isola senza abitanti e con tanti turisti, ma solo fino a quando l’ultima nave non torna a Porto Torres o a Stintino: perché poi, quando tutti se ne sono andati, rimane solo l’Isola. E che isola.

E’ difficile descrivere l’Asinara.

Con i suoi 52 chilometri quadrati di superficie, lunga e stretta e dalle coste frastagliate, è divisa a metà da un lembo di terra largo poco meno di trecento metri e nella parte più larga raggiunge i 7 chilometri. La parte settentrionale si allarga, si alza, i paesaggi si fanno decisamente mediterranei, mentre a sud – verso la punta meridionale vicina all’Isola Piana e a Stintino – la costa è impervia, granitica: le spiagge non sono balneabili e sembra di vedere scorci di Irlanda o di Nord Europa. Da Fornelli a Cala d’Oliva la percorre un’unica strada.

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Ce l’ho negli occhi come un’isola brulla, l’Asinara, e fascinosa. Come se l’assenza di permanenza umana ne avesse plasmato il paesaggio e la natura si fosse lentamente riappropriata dei suoi spazi.

Il maestrale, le intemperie, il mare hanno scoperchiato le strutture del carcere, le sterpaglie le hanno invase ed oggi la maggior parte delle diramazioni non sono visitabili. Gli alberi sono pochi e domina la macchia mediterranea: l’euforbia, con i suoi rami contorti simili a ricami, ginepro, ma anche il fiordaliso spinoso Cenaturea Horrida, detta anche pianta-sasso per il suo mimetismo e la sua compattezza.

Il contrasto dell’isola verde-marrone contro l’azzurro intenso del mare è qualcosa che toglie il fiato. Viene da chiedersi come sia possibile che esista qualcosa di tanto perfettamente equilibrato, di tanto cesellato.

E poi gli animali. In fondo sono loro i veri abitanti dell’isola. Cinghiali (“Occhi a non lasciare aperta la porta di notte, sennò entrano in casa…”), asinelli bianchi e grigi, cavalli allo stato brado, gabbiani, capre. E pesci, pesci che nuotano tra le gambe già  praticamente a riva. Di notte, insieme al mare si sentivano ragli, belati, grugniti.

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A voler guardare, l’isola è stata abitata da sempre. Pare che lo fosse già in tempi antichi, grazie alla sua posizione centrale nel mar Mediterraneo: la conoscevano i greci, i fenici e i romani.

Una leggenda narra che Ercole, figlio di Giove, avesse accettato di diventare re dei Sardi, stabilendosi proprio sull’isola: i romani avevano infatti ribattezzato questo angolo di terra Herculis Insula. Nel Medioevo i monaci camaldolesi si dedicarono alla costruzione di edifici religiosi e alla coltivazione dei terreni, mentre le baie e le cale dell’isola davano riparo temporaneo a pirati e corsari: pare che lo stesso Barbarossa avesse trovato dimora sulla piccola isola!

Passata sotto il dominio aragonese e asburgico, l’Asinara andò infine alla Casa Savoia. Nel frattempo, pastori sardi e pescatori liguri – provenienti principalmente da Camogli – si erano insediati sull’isola: vi restarono fino al 1885, quando una legge firmata da Re Umberto previde l’esproprio dell’isola per la creazione di una colonia penale agricola e di una stazione sanitaria di quarantena, costringendo così gli abitanti ad andarsene. Da campo di concentramento per i prigionieri serbi e austro-ungarici durante la Prima Guerra Mondiale, la colonia penale sull’Asinara divenne nei recenti anni Ottanta un carcere di massima sicurezza. Vi furono internati capicosca, terroristi politici, camorristi, pezzi grossi di Cosa Nostra, e allora divenne un nome sporco di violenza, di sangue, di rivolte dietro le sbarre. Anche Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, nel 1982, trascorsero un periodo sull’Isola, per motivi di sicurezza. Infine, nel 1997, il carcere venne chiuso e l’isola fu trasformata in area marina protetta e parco nazionale.

Ed ecco che nomi come Case Bianche, Campu Perdu, Santa Maria, Stretti, Elighe Mannu, Trabuccato, Tumbarino, Fornelli, Diramazione Centrale sono lentamente scivolati via dall’uso comune, ancora pregni dei brandelli di Storia di cui sono intrisi.

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Io ci penso e ripenso, e non posso fare a meno di dirmi che l’Asinara, forse, è così splendida e triste allo stesso tempo perché lì, più che in altri posti, il paradiso della natura ha convissuto tanto a lungo con l’inferno dell’uomo. E questi solchi l’isola se li porterà dentro per sempre: nelle sbarre arrugginite delle celle, nei cortili abbandonati, nei suoi asinelli bianchi, negli occhi disincantati di chi la invade con le jeep turistiche e poi se ne va in una nube di polvere, lasciandola nel silenzio.

“Lo vedo allontanarsi questo pezzo di terra dura, riarsa, senz’acqua, con pochissime opportunità e mi chiedo come sia stato possibile, infine, innamorarsi di quest’isola. E’ stato il suo vento, il suo mare con troppo colori, l’odore fortissimo del lentisco, la sua storia e le sue storie miscelate dentro questo ventre solitario.  E’ stato il suo incomparabile silenzio.” (Giampaolo Cassitta, ‘Asinara. Il rumore del silenzio’)

 

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