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Favignana era un nome che avevo già sentito: la puntavo da un po’, in realtà, come succede con quei posti che ti entrano nell’immaginazione per chissà quale motivo e lì rimangono, in attesa di essere vissuti. Poi però un amico mi mise la pulce nell’orecchio: “Se è natura e tranquillità quello che cerchi, perché non provi Levanzo?”. Il resto lo fece Google Immagini. Favignana sparì per lasciare spazio alla suggestione evocata quelle fotografie di acque limpide e case bianche.

E meno male.

Solo una cosa non avevo calcolato: che Levanzo potesse essere tanto bella tutta. Che oltre al mare potesse esserci tanto altro, tutto intrecciato, rocce-pinete-arbusti-grotte-campagna-cielo-silenzio-stelle, come un quadro di colori così accesi da parere quasi in eccesso.

 Troppi colori, troppi contrasti: lo sguardo non li conteneva tutti. Per questo a Levanzo l’anima si espande: perché trova spazio libero per farlo, senza case o muri o palazzi o rumori o auto o distrazioni.

 

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O forse perché c’è una incomprensibile mescolanza di antico e primitivo, sull’isola, come se in qualche modo si percepiscano i millenni trascorsi da quando l’essere umano vi posò piede per la prima volta.

Ne è testimonianza il sito archeologico della Grotta del Genovese: scoperto casualmente nel 1949, l’ampio anfratto che si apre sul versante nord occidentale del Pizzo del Monaco custodisce graffiti e incisioni risalenti al Paleolitico e al Neolitico, raffiguranti animali, scene di caccia e figure umane.

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Cosa avranno provato i primi uomini, affacciandosi alla caverna e guardando la distesa di mare e stelle? Come avranno provato a spiegarsi la vita e la morte, lì, su quel lembo di terra isolata che prima altro non era che una vallata, unita a ciò che ora chiamiamo Trapani? È difficile descrivere ciò che si prova entrando nella Grotta del Genovese: è un senso primordiale di rispetto e sacralità. Una visita che merita, sia che vi si arrivi via mare o a piedi dal suggestivo ma faticoso sentiero.

Dopotutto, a Levanzo si impara subito che la scomodità può offrire grandi sorprese.

Esempio: immediatamente fuori dal centro abitato, la strada che taglia l’isola da parte a parte si inerpica in una salita spaccaginocchia che ne basta mezza – spacca le ginocchia pure a farla in senso inverso, in discesa, ça va sans dire – eppure senza quella salita non si raggiungerebbe La Fossa, l’area centrale dell’isola, fatta di campagna, spianate ondulate, pinete in lontananza e la vecchia Villa Florio con le sue pietre color oro antico.

È una vista che allarga il cuore.
Ma lo ammetto: forse c’entra pure il fatto che da lì in avanti la strada si fa decisamente meno ripida.

 

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Levanzo è impervia e aspra: poco oltre la salita il tratto asfaltato cede il passo a sterrati e sentieri, tra muretti a secco, ginestre e chiazze di pineta e di pini marittimi, scorci di mare bluverde che tolgono il fiato. C’è un motivo, se la chiamano l’Isola dei Colori. Ci sono alcune costruzioni sparse, abitazioni ristrutturate o ruderi abbandonati, eppure la sensazione è che la mano dell’uomo sia stata particolarmente attenta a non profanare questa piccola parentesi di terra bellissima e strana, quasi sospesa, dove pare di poter tornare liberamente a vivere a pieni polmoni.

Le case compaiono all’improvviso ad una curva del sentiero e altrettanto all’improvviso scompaiono dietro, e subito assale il dubbio che in realtà non siano mai esistite, e che tu stia camminando in un luogo dove la presenza umana è e sempre sarà accessoria e irrilevante. Non ci sono macchine, se non un paio di jeep infangate che percorrono avanti e indietro le uniche tre strade carrozzabili. Non c’è nemmeno illuminazione artificiale: alla notte appartengono solo il mare, il silenzio e le stelle.

E che stelle: la Via Lattea del cielo d’ottobre sopra Levanzo è qualcosa di così unico che meriterebbe un post a parte, se solo le parole bastassero a rendere giustizia ad uno spettacolo simile.

Ciò che tuttavia mi è rimasto maggiormente impresso, a livello di sensazioni, è altro: il silenzio. Non siamo più abituati ad una così densa assenza di rumori umani: nessuna macchina in lontananza, nessuna sirena o brusio della città. E’ disarmante, questo silenzio: si insinua nelle fessure della mente e ne prende possesso, trasformando ogni fruscio in una minaccia… Fino a quando non ci si abitua. E allora è come reimparare a respirare. Si scopre di avere dentro angoli contratti che non prendevano aria mai. Nel silenzio della natura ci si riscopre più vasti, interiormente più carichi di praterie dove il vento dello spirito può correre libero.

Ed è meraviglioso.

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